Quadro Tempio inferiore Liturgia delle ore - proprio salesiano

(Don Bosco)
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Profili dei Missionari
(sacerdoti)

  • Don Giovanni Balzola
  • Don Antonio Belloni
  • Don Pietro Berruti
  • Don Carlo Braga
  • Don Luigi Cocco
  • Don Antonio Colbacchini
  • Don Alberto Maria De Agostini
  • Don Giovanni Fuchus e don Pedro Sacilotti
  • Don Marco Aurelio Fonseca
  • Don Simone Leong Shu Tchi
  • Don Orfeo Mantovani
  • Don Domenico Milanesio
  • Don P. Jacques Ntamitalizo
  • Don Leone Piasecki
  • Don Luigi Ravalico
  • Don Michele Unia
  • Don Costantino Vendrame

Don Giovanni BALZOLA

Don Giovanni BALZOLA

Nasce a Villa Miroglio (Alessandria) il 1 febbraio 1860
Muore a Barcelos (Brasile) il 17 agosto 1927

  Dopo il servizio militare, all’età di 24 anni, coronò il sogno che coltivava fin da bambino: diventare sacerdote. La sua formazione venne segnata dall’incontro di alcune figure carismatiche, don Michele Unia, il futuro apostolo dei lebbrosi e il Venerabile don Andrea Beltrami. Nella Pasqua del 1893 partì insieme a mons. Luigi Lasagna per l’Uruguay, rimase a Montevideo due anni in seguito venne nominato direttore della colonia Teresa Cristina, nel Mato Grosso.
  Nel 1901 ebbe inizio sul rio Barreiro nel luogo chiamato Taxos, la missione tra i Bororo. Non mancarono le difficoltà, superate grazie all’intervento della SS. Vergine. Lo stesso cacique Joaquim raccontò che era apparsa in visione al loro capo una donna, vestita di bianco, che ispirò sentimenti di clemenza verso i missionari. Nell’aprile del 1903, 130 Bororos si presentarono alla colonia sacro Cuore. Nel 1906 aprì un nuovo centro, San Giuseppe sul Rio Sangradouro e due anni più tardi la Colonia Immacolata di Arancy.
  Nel 1914 la Santa Sede lo trasferì nel Rio Negro dove fondò varie residenze: quelle di San Gabriel (1916), di Taracuà tra gli indi Tucano (1923), di Barcelos (1924).
  È tra le figure dei missionari salesiani che hanno contribuito alla conversione delle tribù nelle vaste foreste dell’Amazzonia. La sua opera più importante è stata l’evangelizzazione dei Bororo e il contributo dato a quella dei Tucano.

Bibliografia:
 - A. Colbacchini, I Bororos Orientali “Orarimugudoge” del Mato Grosso. Torino, SEI, 1924.
 - A. Cojazzi, Don Balzola fra gli indi del Brasile, Mato Grosso. Torino, SEI, 1932.

Don Antonio BELLONI

Don Antonio BELLONI

Nasce a Sant’Agata di Oneglia (Imperia) il 20 agosto 1831
Muore a Betlemme (Israele) il 9 agosto 1903

  Partì per le missioni del Patriarcato Latino di Gerusalemme il 22 Aprile 1859, dove gli venne affidato da Mons. Valerga, patriarca latino, l’insegnamento della Sacra scrittura in seminario e la direzione spirituale dei seminaristi.
  Il 2 Gennaio 1869 incominciò a Beitgala, presso il seminario, una specie di oratorio, che ben presto venne trasferito a Betlemme. Più tardi l’oratorio si trasformò in orfanotrofio.
  Fondò nel 1874 la società religiosa dei Fratelli della Sacra Famiglia e si diede all’educazione dei giovani. Per dare continuità alla sua opera, si rivolse ben due volte a Don Bosco nel 1874 e nel 1887. La seconda volta ottenne da don Bosco la promessa che i Salesiani si sarebbero recati in Palestina per aiutarlo. Questo avvenne con il rettorato di don Rua primo successore del Santo.
  Nel 1890 fuse la sua opera con quella dei Salesiani. L’anno seguente, l’8 ottobre 1891 giungevano a Betlemme i primi figli di Don Bosco. Non mancarono le difficoltà: alcuni Fratelli della Sacra Famiglia se ne andarono; altri si fecero salesiani compreso don Belloni che rimase a dirigere la Casa di Betlemme.
  Si fece amare dai cattolici, dagli armeni, dagli scismatici e dai Turchi. Nel monumento eretto in suo onore fu posta l’iscrizione “Padre degli Orfani”.

Bibliografia:
 - G. Shalhub, Abuliatama. Il Padre degli orfani nel paese di Gesù. Torino, SEI, 1955.

Don Pietro BERRUTI

Don Pietro BERRUTI

Nasce a Torino il 7 marzo 1885
Muore a Torino il 1 maggio 1950

  Don Fagnano, Prefetto Apostolico di Punta Arenas, impressionato dalla figura dignitosa e gentile di Berruti, chiese e ottenne da don Rua di portarlo con se in Missione.
  Le qualità umane, culturali e morali di don Pietro conquistarono tutti. Divenne ben presto: Docente di scienze teologiche, Maestro dei novizi, Direttore a Macul (1917-1926), Ispettore dei Salesiani in Cile (1927-1932).
  Nel 1932, rientrato in Italia, la sua fama di uomo e di pastore saggio e santo conquistò i responsabili delle varie Ispettorie Salesiane del mondo. Don Pietro venne eletto prefetto generale della Società Salesiana, Vicario del Rettor Maggiore e Visitatore straordinario del mondo salesiano.
Era definito “l’aristocratico della bontà”. La carità fu la caratteristica più importante della sua opera. Raggiunse il culmine quando, durante la seconda guerra mondiale, volle che ogni Casa Salesiana aprisse le porte ai giovani abbandonati, orfani e in difficoltà. Questo gli meritò il titolo di “Padre dei ragazzi di strada”.

Bibliografia:
 - P. Zerbino, Don Pietro Berruti, luminosa figura di Salesiano. Torino, SEI, 1964.

Don Carlo BRAGA

Don Carlo BRAGA

Nasce a Tirano (Sondrio) il 23 maggio 1889
Muore a Makati (Manila - Filippine) il 3 gennaio 1971

  Rimasto orfano di madre la sua educazione venne affidata ai Salesiani di Sondrio. Con lo scoppio delle prima guerra mondiale venne reclutato nell’esercito per tre anni, alla fine della stessa fece domanda di essere inviato in missione nell’Estremo Oriente. Arrivato a Shiuchow, al sud della Cina, conobbe don Versiglia, la cui santità era già nota. Venne designato direttore alla Scuola mMissione di Ho Sai. Nel 1930 divenne Ispettore della Cina. Diede un notevole impulso allo sviluppo dell’opera missionaria salesiana. Venne aperto l’orfanotrofio a Macau, e di cinque grandi centri a Hong Kong, per un totale di 10.000 studenti. Fondò a Pechino la prima scuola salesiana: si realizzava il sogno di don Bosco. L’opera salesiana, in netta espansione, vide i suoi sogni interrotti dal comunismo. Ogni attività di educazione, di carità e di evangelizzazione venne chiusa. Il crollo di tanto lavoro non lo demoralizzo. Volse la sua attenzione alle Filippine e all’Indocina. Qui aprì una Scuola Salesiana. Intanto nel 1955 venne eletto Ispettore. Il suo zelo e il suo entusiasmo contagiarono gli altri missionari. In Filippine la presenza salesiana si diffuse con straordinaria profondità. Profondo ottimismo, bontà umana e allegria furono i tratti salienti di Don Braga. Dovunque andasse promosse un meraviglioso spirito di famiglia.

Bibliografia:
 - V. Tassinari, Don Braga. L’uomo che ebbe tre patrie. Bologna, GESP, 1990.

Don Luigi COCCO

Don Luigi COCCO

Nasce a Grugliasco (Torino), nel 1910
Muore a Torino l’11 febbraio 1980

  A 18 anni Luigi lasciò la famiglia per entrare nella Congregazione Salesiana; conseguito il diploma di maestro, esercitò l’insegnamento a Torino Valdocco.
  Nel 1940 venne ordinato Sacerdote. Inizia il suo ministero proprio all’Oratorio di Valdocco. Si dedica con zelo e passione al lavoro educativo tra i ragazzi, poveri e resi disorientati dalla guerra che imperversava ovunque.
  Nell’ultimo periodo della guerra, strappò dalla morte sicura decine di persone. Rischio la propria vita più volte: fu picchiato e malmenato, pagò di persona l’aiuto che dava al prossimo. Per questa attività e per i suoi meriti gli furono concesse due Croci di guerra al valor militare.
  Ma don Luigi sognava la Missione. Il suo desiderio venne esaudito. Il 1º luglio partì per il Venezuela. Dedicò le sue migliori energie nel territorio amazzonico tra gli indios Yanomami, fondando la missione “Santa Maria de los Guaicas”. Originale il suo modo di essere missionario: più che grandi realizzazioni e conversioni, visse insieme alla sua gente, condividendo con loro tutto, la gioia, la festa, la sofferenza, la fatica del lavoro.
  Nel 1961 furono pubblicamente riconosciuti i suoi meriti con la consegna della medaglia “Francisco di Miranda”, in terzo grado. Nel 1966 fu decorato con la croce della F.A.V (forze aeree venezuelane). In occasione del quarto centenario di Caracas, ricevette il diploma di “Amico del Venezuela”.
  Ha scritto il libro Parima. Dove la terra non accoglie i morti, vera enciclopedia sulla vita, sulla cultura, delle tradizioni del popolo Yanomami. Questo libro fu lodato da molti studiosi.
  Ritornato in Italia per motivi di salute, dopo 23 anni di missione, continuò a girare la penisola, tenendo dibattiti, conferenze per aiutare e far conoscere questi suoi fratelli, frutto della sua dedizione.

Bibliografia:
 - C. Cerrato, Don Luigi Cocco. L’uomo, il patriota, il missionario. Torino, LDC, 1992.
 - Dicastero per le missioni, Sprazzi di Vita. Roma, ed. extra comm., 2000 pg. 80-86

Don Antonio COLBACCHINI

Don Antonio COLBACCHINI

Nasce a Bassano del Grappa (Vicenza) il 19 febbraio 1881
Muore a Castel di Godego il 12 marzo 1960

  A 12 anni, presentandosi a don Michele Rua (primo successore di Don Bosco), si sentì dire “Antonio tu sarai Salesiano e Missionario”.
  L’anno successivo alla professione perpetua parte con don Balzola per il Brasile. Qui continua i suoi studi. Costretto a ritornare in Italia a causa di una malattia, riesce a completare gli anni di formazione e ad essere ordinato Sacerdote.
  Tornato in Brasile inizia la sua missione tra i Bororos. Ne studia la lingua e ne scrive il vocabolario. Affettuosamente viene soprannominato dagli indios: “Cacìco” cioè “capo”.
  Nel 1949, nonostante l’età avanzata, con coraggio riesce ad avvicinare e a conoscere la popolazione Xavante: è il primo missionario a prendere contatto con questi Indios, che anni prima avevano ucciso don Fuchs e don Sacilotti.
  Il Governo Brasiliano conferisce a don Colbacchini la massima onorificenza dello stato: il “Cruzeiro do Sul”.
  Qualche anno più tardi, motivi di salute lo costringono a tornare in Italia. Qui muore il 12 marzo 1960.
  Missionario coraggioso, innamorato di don Bosco e di Gesù, è animato da spirito intrepido, deciso a portare il vangelo anche nelle popolazioni più difficili da avvicinare (il contatto con altri “bianchi” li aveva resi più che diffidenti!). Scrisse opere sui Bororo, completate da don Albisetti e ora raccolte in un’enciclopedia.

Don Alberto Maria DE AGOSTINI

Don Alberto Maria DE AGOSTINI

Nasce a Pollone (Vercelli) il 2 novembre 1883
Muore a Torino il 25 dicembre 1960

  Fatta domanda per le missioni partì per Punta Arenas il 28 ottobre. Mons. Fagnano, Prefetto Apostolico, non tardò a valorizzarne il suo talento scientifico e la sua passione per gli studi geografici.
  Svelò al mondo le meraviglie della Cordigliera e dell’Arcipelago Fueghino, tracciandone le prime carte ortografiche.
  Collaborò con molte realtà tra cui: la Reale Società Geografica Italiana, la Reale Accademia delle Scienze di Torino, la “The American Geographical Society” di New York, la Società Chilena de Historia y Geografia de Santiago.
  Per la scalata dei monti Sarmiento e Italia nella Terra del Fuoco (1956), ricevette dal Governo Cileno la più alta onorificenza.
  Nei soggiorni in Italia, che alternava alle principali spedizioni, accanto alla generosa disponibilità per il suo ministero sacerdotale, si prestava all’insegnamento e alla promozione della conoscenza e sostegno delle terre e delle popolazioni da lui avvicinate. Le sue foto straordinarie accesero di entusiasmo numerosi giovani e studiosi. Recentemente, a Torino, una Mostra a lui dedicata ne ha ricordato i meriti e le esplorazioni culturali.
  In continuità con altri grandi missionari nella storia della Chiesa, don De Agostini seppe integrare la passione per la ricerca scientifica e l’esplorazione geografica con le finalità della promozione umana e dell’evangelizzazione.

Don Giovanni FUCHS

Don Giovanni FUCHS

nasce a Pfaffnau (Svizzera) il 9 marzo 1880
muore a Rio das Morte il 1º novembre 1934

  Don Fuchs frequenta il noviziato a Lombriasco. Nel 1906 parte per il Brasile dove il 4 Febbraio 1912 è ordinato sacerdote. Il suo mestiere era quello di insegnare scienze fisiche e naturali nei Collegi e nelle Scuole. Il forte cambiamento climatico mina la sua salute e lo costringe a rientrare in Italia.


Don Pedro SACILOTTI

Don Pedro SACILOTTI

nasce a Lorena (Brasile) l’11 maggio 1898
muore a Rio das Mortes il 1º novembre 1934

  Don Sacilotti, figlio di emigranti veneti in Brasile, entra come aspirante a Lavrinhas. Terminati gli studi teologici a Torino, il 12 luglio 1925 è ordinato sacerdote. Torna in Brasile come missionario. È compagno di Padre Fuchs e sognano entrambi il contatto con gli Xavantes del Mato Grosso.
  Preparato, nel 1932, il piano di penetrazione i due missionari insieme ad altre 5 persone imboccarono con una barca a motore chiamata “Maria Auxiliadora” il Rio das Mortes. Si fermarono in un punto dove potevano esserci dei gruppi di Xavantes e qui piantarono una croce. L’incontro con gli indios tuttavia non avvenne.
  Negli anni seguenti fecero atri tentativi di avvicinamento, ma inutilmente.
  Il 31 ottobre 1934, un ennesimo tentativo. Questa volta riuscirono ad incontrare alcuni cacciatori della tribù. Tuttavia le loro intenzioni di amicizia e di incontro non furono comprese da alcuni giovani Xavante. I due missionari vennero aggrediti e barbaramente uccisi.
  L’odio degli Xavantes per l’uomo bianco aveva origini profonde e antiche. Un secolo e mezzo prima alcuni Coloni europei, desiderosi di occupare i loro territori, li avevano invitati ad un banchetto durante il quale avevano servito bevande avvelenate per sterminarli. Ecco perché questa tribù tramandava di padre in figlio l’odio per i bianchi. Purtroppo pagarono questa situazione anche i due missionari di don Bosco.
  Con la seconda guerra mondiale, il Brasile, chiuse le vie del mare, dovette aprire nella foresta un varco che attraversasse tutto il territorio. Gli Xavantes, che abitavano tale territorio, furono costretti ad arrendersi: capivano che le loro frecce non potevano affrontare gli aerei e i fucili.
  I Salesiani ripresero i contatti. Venne aperta una Casa di supporto alla Fondazione Brasil Centrale per la costruzione della strada e qui fu possibile avvicinare popolazione Xavante.
  Nel settembre 1953, sul luogo dove erano morti don Fuchs e don Sacilotti, veniva celebrata la messa da don Colbacchini: un gruppo di Xavantes era accalcato all’interno della cappella. Dal sacrificio dei due giovani sacerdoti era sorta finalmente una fiorente missione.

Don Marco Aurelio FONSECA

Don Marco Aurelio FONSECA

Nasce a Concepciòn de Naranjo (Costa Rica) il 15 febbraio 1949
Muore ad Angola (Africa) il 4 gennaio 1991

  Fin dall’infanzia sente il desiderio di consacrarsi al Signore. Dal 1963 al 1968 frequenta la scuola superiore all’aspirantato salesiano di Cartago e infine entra nel noviziato di San Salvador. Era il 5 gennaio 1969. Il 6 gennaio 1976 fa la professione perpetua e viene inviato in Guatemala per la teologia. Il 4 febbraio un forte terremoto semina distruzione e morte Marco Aurelio è tra i più generosi nel portare aiuto. Diventa sacerdote il primo agosto 1981. Il suo sogno missionario diventa realtà nel 1983, quando viene trasferito in Angola. Dopo alcuni mesi in Brasile per studiare la lingua arriva a Luanda il 20 gennaio 1984. Nel 1986 è a Dondo come vicario. Nel 1987 a Calulo come economo e come cofondatore della nuova missione, dove fu poi direttore fino alla sua morte. Sette anni di vita missionaria intensa: tre nella diocesi di Luanda e quattro in quella di novo Ridondo nella regione Kuanza Sul.
  L’Angola è in piena guerra civile. Viene ucciso da una sventagliata di mitraglia mentre ritorna alla missione dopo aver accompagnato un suo giovane al noviziato. Era il 4 gennaio 1991.

Bibliografia:
 - Dicastero per le missioni, Sprazzi di Vita. Roma, ed. extra comm., 2000 pg. 60-66

Don Simone LEONG SHU TCHI

Don Simone LEONG SHU TCHI

Nasce a Ts’ing Wan (Kwantung-Cina) il 3 Ottobre 1912
Muore a Lienhsien (Cina) nel 1956

  Iniziò gli studi per diventare sacerdote a Macao, dove era già studente, e li prosegui nel piccolo seminario di Hoshi, nel vicariato di Shiu Chow. Fece il noviziato a Shaukivan e dopo la professione cominciò gli studi di filosofia. Dopo molti sacrifici riuscì a ricevere l’ordinazione sacerdotale il 1° Luglio 1948.
  Fatta richiesta per andare in missione venne destinato, nel 1949, al distretto di Linchow. Un mese dopo i comunisti occupavano la città. Venne arrestato una prima volta nel 1951 e durante una farsa di processo fu picchiato barbaramente perché accusato di predicare dottrine imperialiste e di forzare ragazzi e ragazze a farsi preti e suore. Lasciò clandestinamente Linchow per andare a Shangai al collegio don Bosco, ma potè rimanervi solo tre mesi. Trasferitosi a Pechino venne nuovamente arrestato e rimandato nel Kuongtung, fu richiuso nel carcere di Lienhsien, dove dopo alcuni anni morì.

Don Orfeo MANTOVANI

Don Orfeo MANTOVANI

Nasce a Menà di Castagnaro (Verona - Italia) il 9 ottobre 1911
Muore a Madras (India) il 19 maggio 1967

  Durante un’intervista, mentre era ricoverato all’Ospedale Molinette di Torino, alla domanda: “Che cosa si attende ancora dalla vita?”.
  Rispondeva: “…se il Signore mi dà ancora un po’ d’esistenza, gli chiedo: Signore aumentami le anime. Dammi tanti affamati da sostenere. Dammi tanta forza di Amare i poveri… e di dedicare il resto della mia vita a loro”.
  Orfeo Mantovani aveva conosciuto fin da ragazzo la povertà. Quando rivelò ai genitori il desiderio di farsi sacerdote e poi missionario, disse: “Se avrò la grazia di diventare sacerdote, vi assicuro che dedicherò tutta la mia vita per i poveri, soprattutto per chi ha fame, come me questa sera…”.
  Dopo gli studi nell’Istituto missionario Card. Cagliero di Ivrea, parte missionario per l’India. Dopo un’accurata preparazione culturale e salesiana, fu inviato come Maestro dei novizi a Tirupattur (1946-1948) e a Kotagiri (1951-1952). Ma don Orfeo non era contento: non era questa la vocazione che tanto desiderava, voleva lavorare tra i poveri.
  Chiesto il trasferimento, fu finalmente inviato alla periferia di Madras. Qui fondò il Centro di Sollievo Sociale. L’Opera comprendeva: Scuole Elementari diurne e serali, Clinica gratuita e Ospedale, Lebbrosario, Oratorio festivo. Tutto questo complesso caritativo iniziò con una colletta che fruttò 86 centesimi.
  I ragazzi del Centro erano circa 350, gli altri variano di giorno in giorno, portati dai poliziotti o dagli spazzini, con i quali don Mantovani aveva stipulato un contratto: per ogni agonizzante portato al Centro una ricompensa in denaro pari a 500 lire italiane. La sua opera suscitò partecipazione in Italia e in India. Don Orfeo era ammirato e stimato.
  È tuttavia significativa una sua affermazione: “La mia sola grandezza è di essere figlio di don Bosco che mi ha tirato su dal nulla e mi ha reso capace di fare qualcosa per i poveri nei momenti di scoraggiamento mi dicevo: guarda l’inginocchiarsi davanti all’Eucaristia e andare in estasi è cosa facile; fare una meditazione dinanzi al Crocifisso è facilissimo; fare una meditazione inginocchiato davanti a un Gesù lurido, sporco, abbandonato sulle strade, questo è difficile ma è la meditazione che vale. Con questo pensiero trovavo la forza di alzarmi in piedi e continuare”.
  Ai suoi funerali, terminata la Messa, seguì l’intervento del Consigliere comunale Hindu: “…se la religione cristiana, può produrre uomini come Padre Mantovani, non può che essere divina”.
  Don Mantovani ha dedicato la sua vita ai tipici poveri del Vangelo e consegna a tutti un messaggio sempre attuale: gli ultimi non sono da vedere come un carico di pietà e di dolore ben dosato, ma come un dono di Gesù da accogliere e abbracciare con bontà. Ogni uomo, non importa se il più povero, è una storia sacra.

Don Domenico MILANESIO

Don Domenico MILANESIO

Nasce a Settimo T.se (Torino) il 18 agosto 1843
Muore a Bernal (Argentina) il 19 novembre 1922

  Nel 1866, a 23 anni, inizia l’avventura di Domenico Milanesio nella Famiglia Salesiana. Nel 1877 parte missionario: appartiene alla terza spedizione inviata ancora in Argentina.
  Dopo aver prestato il suo apostolato all’Oratorio di San Giovanni Evangelista a La Boca, venne trasferito, nel 1880 a Viedma in Patagonia, un territorio di 800.000 Kmq, abitato da Araucani, Patagoni, Pampas, Tehulches.
  Percorse tutta la Patagonia a cavallo: promosse un’azione incessante di educazione e di evangelizzazione, acquistandosi la fiducia di tutti con la sua bontà e carità.
  Nel 1883 il cacico Manuel Namuncurà decise di arrendersi al governo Argentino: volle don Milanesio come intermediario, sicuro di essere sostenuto nelle sue richieste.
  Don Milanesio rimase per sempre consigliere del cacico, tanto da battezzarne il figlio Zefferino, il 24 Dicembre 1888. Ragazzo buono e ricco di fede, muore giovane lasciando una scia di santità. La Società Salesiana ha introdotto la sua causa di beatificazione.
  In tutta la sua opera missionaria don Milanesio attraversò per ben 25 volte le Ande, percorrendo in tutti i suoi viaggi apostolici 52.600 Km. Organizzò la vita cristiana della sua gente e si adoperò con tenacia nel promuoverne i diritti e assicurarne dignità di vita.
  Morì il 19 Novembre 1922 a Bernal, meritando il nome di: “Padre degli Indi”.

Bibliografia:
 - P. Domingo Milanesio. San Benigno Can., Tip. Salesiana, 1928.

Don P. Jacques NTAMITALIZO

Don P. Jacques NTAMITALIZO

Nasce a Rungu (nord Rwanda) il 14 settembre 1942
Muore a Bujumbura (Burundi) il 10 luglio 1995

  Studiò presso i salesiani, inizialmente a Rwesero e poi al collegio St. François de Sales a Lubumbashi (Zaire). Fu ordinato prete a Rwaza (Rwanda), il 13 agosto 1972, e dopo qualche anno di lavoro sacerdotale, continuò gli studi all’UPS di Roma, conseguendo la Licenza in teologia e Spiritualità. Maestro dei novizi, venne scelto come Delegato provinciale per il Rwanda ed il Burundi. Aveva una cura particolare nel presentare la parola di Dio, cercava di esprimerla nella semplicità, comprensibile alla povera gente. Partecipò, nel 1977, come delegato dell’Ispettoria Africa Centrale al 21º Capitolo Generale. Diede una buona notte indimenticabile. Rimproverò in maniera filiale alla congregazione il poco impegno nel continente Africano. Il rettor Maggiore, Don Viganò, prese quel discorso come un appello dello Spirito Santo e di Don Bosco, e di lì nacque il “Progetto Africa”.
  Il 10 luglio 1995 a Bujumbura viene ucciso. Rifiutando di andare via dal suo paese, restò solo nella missione di Rango/Butare, riuscendo così a difenderla dal saccheggio e dalla distruzione.
  Devoto di Maria Ausiliatrice, egli stesso dichiara: “Visto che Dio mi custodisce e che Maria Ausiliatrice mi protegge visibilmente, devo continuare a donarmi per gli altri, nonostante i rischi”. Grazie al suo coraggio, delle vite umane furono salvate.

Don Leone PIASECKI

Don Leone PIASECKI

Nasce a Pyszaca (Polonia) il 26 Marzo 1889
Muore a Digboi (India) il 10 settembre 1957

  Fu per trent’anni un missionario di prima linea. Giovane sacerdote, gli fu affidata la grande vallata Assamese, con 2500 cattolici sparsi su 45.000 Kmq. Percorse l’estesissima pianura con tutti i mezzi dando vita ad un orfanotrofio, ad una scuola di catechisti, predicò per primo tra i Boro e i Gara. Fondò un giornale in lingua hindi, che ebbe grande diffusione. Costruì molte chiese e cappelle, aprì la missione di Dibrugarh, dove eresse la magnifica chiesa del Sacro Cuore, oggi cattedrale. Fu direttore a Calcutta (1940-1947) a Dibrugarh (1947-1949) e a Bandel (1949-1952) dove costruì un grande aspirantato. Morì tragicamente in un incidente stradale.

Don Luigi RAVALICO

Don Luigi RAVALICO

Nasce a Trieste il 6 marzo 1906
Muore a Shillong il 17 dicembre 1967

  Giunse in Assam nel 1924 all’età di 18 anni. Sotto la guida di mons. Mathias fu a Shillong, dove vi rimase otto anni: qui si formò la sua tempra di missionario.
  Ordinato sacerdote, insieme ad un altro giovane missionario, prese una casa in affitto nella zona pre-Himalaia. Iniziò cosi l’opera della missione di Tezpur (1932).
  Innumerevoli i sacrifici e le difficoltà da affrontare. Ma quando lasciò la missione di Tezpur, vi erano più di diecimila cattolici, una residenza missionaria e la cattedrale.
La seconda guerra mondiale lo vide per cinque lunghi anni in campo di concentramento. Alla fine venne espulso dall’India. Si trasferì a Goa dove contribuì all’apertura dell’opera salesiana.
  Inviato nel Manipur a benedire un matrimonio, vi trovò una bella chiesa piena di persone che conosceva la religione. Nonostante il divieto impostogli di non battezzare in quella regione perché non si poteva garantire una continuità nel lavoro, don Ravalico battezzò ben 43 bambini e si assunse egli stesso la responsabilità di quelle anime lasciando il lavoro che aveva nella casa vescovile di Dibrugarh, come segretario di Mons. Marengo.
  Quando andò via da Manipur, dopo sei anni, vi erano ben quattro centri missionari e una comunità cristiana fiorente.
  Tornato in Assam, nel 1962 contribuì ad aprire l’aspirantato “Savio Juniorate” di Shillong. Qui concluse la sua giornata terrena nel 1967.
  Generoso, don Ravalico era innamorato del lavoro missionario e delle Missioni. Lo spirito di fede e l’azione intraprendente sono la testimonianza vivace di questo amore.

Don Michele UNIA

Don Michele UNIA

Nasce a Roccaforte (Torino) il 18 dicembre 1849
Muore a Torino il 9 dicembre 1895

  Don Michele Unia arriva in Colombia nel 1980 con la sedicesima spedizione missionaria.
  Dopo un anno e mezzo di lavoro educativo e apostolico nella capitale, don Unia chiese a don Rua e all’arcivescovo di Bogotà l’autorizzazione di occuparsi dei lebbrosi, malattia ben presente in Colombia. Era giunto a questa scelta dopo aver meditato il brano di Vangelo in cui Gesù guarisce dieci lebbrosi.
  Il 26 agosto 1891 arrivò ad Agua de Dios, una località sperduta nella campagna, a tre ore di cammino dalla capitale. Qui trovò circa 850 persone infette dalla lebbra.
  Iniziò il suo lavoro di assistenza religiosa e materiale, si prodigò in tutti i modi e non negò a nessun ammalato segni di affetto e di accoglienza.
  Con l’aiuto delle Suore del Tours aprì un Asilo infantile. Fece quindi costruire un acquedotto per l’acqua potabile. Consapevole del loro valore educativo e rasserenante, introdusse il canto e la musica strumentale per alleviare la sofferenza degli ammalati.
  Nel 1893 lo colpì la idropisia. Dovette abbandonare la Colombia e rientrare in Italia per curarsi. Mentre provvede alle cure, coglie occasione per sensibilizzare sul suo lavoro e chiedere aiuti di personale. Tornò nuovamente in Colombia: e con lui anche il giovane don Luigi Variara.
  Nel 1895, sempre a causa della malattia, dovette rientrare definitivamente in Italia. Il 9 dicembre 1995, a 46 anni, raggiunge don Bosco in Paradiso.
  Tutto il mondo lo considerò il secondo grande apostolo dei lebbrosi dopo Padre Damiano. Il Parlamento Colombiano gli decretò una statua di marmo ad Agua de Dios come espressione di gratitudine nazionale. Per il mondo salesiano l’azione di don Unia è stata apertura di una frontiera nuova: quella verso i malati emarginati.

Bibliografia:
 - D. Barberis, Sac. Michele Unia. “Vade Mecum”. San Benigno Canavese, Tip. Salesiana, 1901.
 - J. Ortega, La obra salesiana en los lazaretos. Bogotà Graf. Salesiana, 1938.
 - F. Torres, Miguel Unia. Barcelona, Ed. Salesiana, 1965.

Don Costantino VENDRAME

Don Costantino VENDRAME

Nasce a San Martino di Colle Umberto (Treviso-Italia) il 27 agosto 1893
Muore a Dibrugarh (India) il 30 gennaio 1957

  Fece il noviziato a Ivrea dove nel 1914 emise i voti religiosi. Venne chiamato alle armi e durante tutta la guerra del 1915-18 rimase al fronte. Terminata la guerra, nel 1919, iniziò a Chioggia gli studi di teologia. Venne ordinato sacerdote nel marzo del 1924 a Milano. Il 23 dicembre 1924 è inviato a Shillong, nell’Assam, diventatone parroco estende il suo ministero ai villaggi periferici. Puntò sui ragazzi e sull’oratorio secondo lo stile di don Bosco. Fu direttore a Shillong (1934-1939) e poi a Jowai (1939-1942). La seconda guerra mondiale lo internò per quattro anni in campo di concentramento prima a Deoli e poi a Dehra Dun con altri 150 confratelli. Finita la guerra passo sei anni a Wandiwash, per ritornare poi a Shillong, dove rimase fino alla morte. Venne considerato il grande apostolo dei Khasi e la sua figura richiama il prototipo del missionario.

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23 maggio 2010

Ringraziamo il Signore perché il Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato Vaticano ha solennemente dichiarato Basilica il Tempio di Don Bosco al Colle

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